Vite in Friuli dalle origini a oggi di Tenimenti Civa

In origine si spargevano i semi dell’uva

La Vitis Vinifera, il nome botanico della vite, si suddivide in due sottospecie: Vitis Vinifera Silvestris (selvatica) e Vitis Vinifera sativa (coltivata).

L’uomo in origine spargeva i semi dell’uva per garantirsi la riproduzione dei frutti, questo comportamento ha creato un assortimento di vitigni molto elevato. Gli abitanti della Georgia, stato dell’Asia sud-occidentale che si affaccia sul Mar Nero, per primi adottarono un sistema di riproduzione che garantisse un’abbondante quantità, ma anche una apprezzabile qualità.

Interravano un ramo infruttifero che veniva fatto radicare e da qui nasceva una nuova pianta con caratteristiche molto vicine alla varietà originaria. Tale sistema si chiama Margotta ed è stato adottato fino alla fine dell’800 quando la maggioranza dei vigneti europei fu distrutta dall’arrivo di tre malattie: Oidio, Peronospora e Fillossera.

 

Comparsa delle malattie della vite in Friuli e le soluzioni adottate per debellarle

L’Oidio, fungo che emana odore di marcio e ricopre di una muffa bianco-grigia foglie, germogli, fiori e acini, vive a scapito di queste parti della vite. La sua comparsa nelle campagne friulane è testimoniata a partire dall’anno 1852. Lo zolfo macinato e reso finissimo fu il sistema adottato, non senza remore tra i viticoltori d’allora, per combattere il parassita.

Vigna selvatica piantata in Friuli di Tenimenti Civa

Nel 1881 fu la volta della Peronospora. I paesi di Segnacco, Morsano e San Giorgio di Nogaro furono i primi ad esserne colpiti poi, negli anni successivi, la malattia si diffuse un po’ ovunque. Anche in questo caso si tratta di un fungo che secca foglie fiori e frutti.

Inizialmente si sviluppa nei tessuti interni della pianta poi, nelle ultime fasi di vita, la malattia diviene evidente. L’uso dello zolfo per debellarla si rivelò inefficace e la soluzione, come spesso accade, fu casuale.

In Borgogna, regione della Francia, qualcuno osservò che le viti, addossate a pali trattati con soluzioni di solfato di rame, sopravvivevano senza essere colpite dalla malattia.

Fu suggerito allora l’uso di una poltiglia nota col nome di poltiglia bordolese composta di calce e solfato di rame. I viticoltori friulani la utilizzarono per sconfiggere il fungo ma con una certa reticenza, allarmati da notizie, rivelatesi poi infondate, di avvelenamenti tra coloro che s’erano cibati d’uva trattata.

 

Non tutti i mali vengono per nuocere

Negli ultimi decenni dell’800 il crollo della produzione vitivinicola causato da Oidio e Peronospora ebbe anche un risvolto positivo. Aumentò notevolmente la domanda della bionda e spumeggiante birra, che a Udine veniva prodotta nelle fabbriche Luigi Moretti e Francesco Dormisch.

Non era finita!

Nel 1888 fece la sua comparsa la Fillossera nei distretti di Gorizia e Postumia, allora austriaci. Poco più di un decennio dopo l’afide invase anche il Friuli. Battezzata Phylloxera Vastatrix per la capacità di distruggere i vigneti di mezzo mondo, succhiando linfa vitale alle radici fittonanti, a nulla valse estirpare le viti colpite dall’afide.

L’unico rimedio fu il reimpianto di interi ettari di vigneto innestando viti europee su una porzione di pianta americana fatta radicare, che ben resisteva al parassita.

 

In Friuli proliferarono Vivai e Consorzi

I primi anni del ‘900 proliferarono vivai e consorzi allo scopo di produrre portainnesti e piante su radici americane. Famosi furono quello di Gagliano di Cividale e Palmanova, che si dedicarono con successo ai primi innesti realizzati a macchina delle viti.

Nel 1921 fu inaugurata la società “Vivai Cooperativi di Rauscedo” la cui attività sempre più specializzata la pongono, oggi, ai vertici della produzione di barbatelle esportate in tutto il mondo.

 

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Maria Cristina Pugnetti